emilio mattioli


Vai ai contenuti

Vittorio Sgarbi

Testo critico di Vittorio Sgarbi

Una poesia delicata, una tenerezza per le cose insignificanti, quotidiane, una discrezione e una pudicizia, nei dipinti di Emilio Mattioli sovrastano la presunzione e l'orgoglio della pittura, di quella che fu grande pittura, nel senso letterale di imitazione, finzione magistralmente illusoria della realtà.
In questi quadri dove nature morte di frutta e cartoni, tovaglie di lino perfettamente stirate, calchi di gesso e sacchetti di carta competono con estremo inganno con gli oggetti reali, i divertimenti moderni di Magritte e di Jim Dine, nella semplice e quasi solenne impaginazione, lasciano il campo ai modelli più classici, anche soltanto immaginati, come Apelle, la cui abilità impedisce di distinguere il vero dal riprodotto.
A questa gara, come se la storia recente, fattta di avanguardie spericolate fuori dal campo della pittura, non esistesse, s'è iscritto Mattioli, in un momento favorevole per ricerche che, fino a qualche tempo fa, non sembravano legittime neppure in Accademia (o “come” Accademia).
Mattioli è didattico (e in questo risente dell'esperienza concettuale), ma riversa tutti i suoi pensieri, e la lettura dei teorici, in pittura.
Predilige composizioni semplici, cita timidamente, come sfondo o come quadro nel quadro, il paesaggio padano nella sua atmosfera onirica (estendendo i riferimenti iconografici ai film di Michelangelo Antonioni e di Pupi Avati, che addomesticano la persistente suggestione di Magritte).
In una estrema semplificazione si trova così, senza averlo voluto, e forse senza conoscerlo, sulla stessa strada di un altro artista ferrarese, da anni attivo a Berlino, Adelchi Riccardo Mantovani, che impagina, le sue composizioni entro architetture e paesaggi della propria infanzia e adolescenza padana. In entrambi l'effetto è di quasi matematico rigore. Accentuato nella semplicità e nei rapporti fra gli elementi delle composizioni di Mattioli. E sotto l'apparente freddezza vibra una emozione che è conseguenza della pulizia, del nitore delle immagini: un muro screziato, un frutto spiccato, non dall'albero, ma dal cesto di Caravaggio. E in questo ostinato richiamo alla natura morta (con l'estensione olfattiva all'odore di bucato di una tovaglia perfettamente stirata), Mattioli sembra risalire a un altro conterraneo, dalle fonti antiche paragonato a Zèuzi, e considerato il primo pittore di natura morta (e ciò ben s'intende da alcuni particolari con frutta e oggetti nei suoi dipinti superstiti), Antonio da Crevalcore.
In questi orizzonti si inserisce la ricerca di Emilio Mattioli, tra orgoglio e timidezza; ed essendo gli stessi su cui i nostri occhi si sono tanto a lungo soffermati, si intende anche il senso di questa testimonianza.



Torna ai contenuti | Torna al menu